Lago di Sorapiss o quasi

Erano gli inizi di ottobre, il tempo era ottimo e la voglia di andare in montagna era tanta. Furono questi i presupposti per un’avventura sfortunata.

Era da un paio di giorni che io e una mia amica cercavamo e discutevamo su dove potevamo andare. Attorno a noi le zone più raggiungibili erano quelle nei pressi di Cortina e Auronzo. Avevamo cercato fin quando scoprimmo il lago di Sorapis, situato vicino a queste due località e a neanche 2 ore di macchina. Si prospettava una giornata epica.Preparati gli zaini la mattina successiva eravamo già pronti per attraversare una marea di tornanti.
Non consci di cosa stavamo andando in contro ci eravamo preparati per una tranquilla scampagnata, tuta e scarpe da ginnastica, 2 panini, 2 Kinder Pinguì e una bottiglia di acqua a testa. Sapevamo che una volta arrivati in cima, in prossimità del lago, ci attendeva una baita con anche dei posti letto. Infatti una volta arrivati su, se lo ritenevamo necessario, avevamo già programmato di passarci la notte.

Le due ore di guida passarono veloci fra una chiacchierata e un paio di canzoni. Arrivammo quindi ad uno spiazzo dove lasciare la macchina per poi proseguire con il tragitto a piedi. Presi gli zaini e legate bene le scarpe avevamo cominciato ad addentrarci nel bosco. Ad accoglierci c’era un cartellone che indicava i vari tragitti con relative mete, distanze e dislivelli. Per il lago dovevamo percorrere 5,2 km con 650 mt di dislivello. Facendo due calcoli campati in aria sembrava più che fattibile, 10% di dislivello di media.

Pieni di buona volontà e energia siamo partiti alla volta del lago. Man mano che ci allontanavamo dal parcheggio l’area circostante si faceva sempre più magica, i visitatori erano pochissimi ed attorno a noi c’era solo natura, alberi dai mille colori che sembrava sfiorassero le nuvole.

Il primo chilometro passò senza neanche vedere l’ombra di una salita. Nel secondo la pendenza cominciava ad aumentare ma senza mai raggiungere i 10° previsti. Arrivammo all’inizio del terzo e la cosa iniziava a farsi simpatica. Da 6/7 si passava a quasi 20° in 200 metri. I muscoli erano ancora freschi e ben caldi quindi la fatica non si accusava minimamente.

Poi, dopo poco, girato un’angolo, il muro.

Sembrava una di quelle pareti da arrampicata, la pendenza si era fatta altissima senza neanche darci il tempo di prepararci mentalmente. Continuammo il percorso previsto ma con alcuni dubbi sulla vera fattibilità della cosa.  Andammo avanti per un chilometro aiutandoci l’un l’altro a “scalare” quelle rocce, stando attenti a non farci male in nessun modo. Anche solo una storta poteva risultare un grave problema in quella zona. Dopo migliaia di sassi calpestati e non so quanto sudore versato decidemmo quindi di fare una pausa di 10 minuti, tempo di sgranocchiare qualcosa, riprendere fiato e ammirare anche un po’ la vista. Ci eravamo accostati in un angolo del sentiero, da li si vedeva benissimo tutto il pezzo di strada che avevamo percorso. Uno strapiombo, ecco cosa si vedeva, quasi da vertigini. Riacquistata la voglia di raggiungere la meta siamo ripartiti. All’incirca mancava ancora un chilometro abbondante. Dopo una ventina di minuti la salita impossibile era finita e tornammo a una pendenza di circa 15/20°. Incontrammo anche un’altra coppia di escursionisti che stavano tornando a valle. Con parole di conforto ci dissero che mancava poco al lago. Continuando a camminare cominciai a mettere in dubbio le loro parole, le gambe ormai stanche facevano pesare ogni singolo metro. Era diventata una strada infinita, sembrava quasi che girassimo in tondo finché da dietro una collinetta non scorsi un camino. Eravamo finalmente arrivati. Dieci minuti ancora di sofferenza e cominciammo a vedere altri “passeggiatori”. Capii solo dopo perché i loro visi sembravano spenti. Erano le 15 circa, ci avevamo messo più di 3 ore e mezza per la scalata, a breve avrebbe fatto buio. Se non ci davamo una mossa dovevamo dormire in baita. Decidemmo quindi di lasciarcela per ultima in modo da prendere l’ultima carica prima di partire.

Per arrivare al lago bisognava quindi scendere dal promontorio, girare a sinistra, poi a destra e poi, quasi nascosto da dei massi eccola la…una gigantesca pozzanghera. Non c’era acqua, quasi tutto prosciugato. 5 chilometri ed oltre per vedere la quantità di acqua di un bicchiere.

Non sapevamo se ridere o piangere. Ci guardammo per un bel pezzo finché non ne uscì una risata isterica da film horror. Eravamo increduli a quello che ci si parava di fronte. Forse la mancanza di pioggia, la scarsità di neve sulle cime, non so cosa ma il lago si era prosciugato. Ci siamo fermati per una ventina di minuti a contemplare il nulla e a scattare qualche foto. Ripresa un po’ di sanità mentale capimmo che non valeva la pena fare le corse per tornare a valle col rischio di farci male col calare del sole. Diretti verso la baita le speranze ci avevano quasi abbandonati del tutto. Bastò poco perché se ne andassero via del tutto. La casetta che avrebbe dovuto accoglierci era chiusa e in ristrutturazione.

Bello. Molto bello. La fortuna oggi ci sorride anzi, ci ride dietro. Questo stavamo pensando mentre le gambe iniziavano letteralmente a cedere. Le scorte di acqua erano ridotte agli sgoccioli e restava solo mezzo panino e un Kinder. Gli operai in quel momento ci salvarono, ci donarono una Sprite e una bottiglia di acqua. Che qualcuno li benedica, senza il loro aiuto non so nemmeno se ce la facevamo a tornare a casa sani e salvi.
Raccolte le ultime energie residue siamo ripartiti. Avevamo all’incirca 2 ore prima del tramonto e dovevamo superare la discesa ripidissima il prima possibile. Le basse temperature rischiavano di fare condensa sulle rocce rischiando di farci scivolare. Un passo alla volta e usandoci l’un l’altra come bastoni per facilitarci la discesa siamo arrivati alla base del pendio superando le nostre aspettative.  Avevo dato il 120% per rendere il più agevole possibile il pezzo trascorso per entrambi senza considerare che comunque mancavano ancora più di 2 chilometri di sali e scendi per raggiungere la macchina. Il primo chilometro, grazie a dell’adrenalina che ancora scorreva, passò anche relativamente veloce. Inutile dire che la restante parte stavo strisciando mentre lei, come se fosse una cosa da poco, continuava ad andare avanti.

Raggiunto di nuovo il cartello che ci aveva messo in guardia sul percorso notammo che in basso c’era un foglietto stampato che all’andata non avevamo minimamente visto: “Rifugio chiuso, Bivacco chiuso per lavori di ristrutturazione”. Non era rimasta in noi nemmeno la forza di mandare a cagare tutti e tutto. Dopo poco eravamo alla macchina, increduli dello sforzo fatto e della fatica sprecata.

Saliti in auto che ormai era buio ci siamo rimessi per strada in cerca del primo posto disponibile per mangiare qualcosa. Nulla in quel momento poteva essere più buono e soddisfacente di quel tiramisù e di quella fetta di strudel. 

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